Sono passati parecchi anni da quando ho riposto l'ultimo robottino verde nel cassetto. La pigrizia, l'immediatezza di iOS e quella spaventosa routine dorata mi avevano convinto che lo smartphone di Cupertino fosse l'unica via percorribile per la mia sanità mentale. Tutto funzionava in modo così prevedibile da risultare quasi rassicurante (dalla routine, alla noia...). Ma la tecnologia dovrebbe emozionare, sfidare lo status quo e, soprattutto, evolversi. Così, dopo innumerevoli delusioni mascherate da "innovazioni", ho fatto il grande salto. Oggi metto sotto la lente d'ingrandimento il Samsung Galaxy S26 Ultra [^L'attuale punta di diamante del colosso sudcoreano, che unisce la versatilità della storica linea Note alla potenza fotografica della serie S. Per le specifiche ufficiali, fare riferimento al sito Samsung Italia.]. Un ritorno ad Android che ha il sapore di una liberazione in piena regola, ma con qualche compromesso che mi fa ancora storcere il naso.

Samsung Galaxy S26 Ultra

La noia di Cupertino e l'illusione dell'innovazione

Perché abbandonare un ecosistema che, nel bene o nel male, fa il suo dovere? La risposta è semplice: la noia mortale.

Da non so quanti anni a questa parte, l'iPhone è rimasto identico a sé stesso. Le modifiche sono sempre le stesse noiose iterazioni: un processore leggermente più veloce di cui nessuno nota la differenza, qualche gigabyte di RAM in più nascosto sotto il tappeto, la solita manciata di megapixel sulle fotocamere e la ridicola danza degli zoom.
Siamo passati da un 3x a un 5x, poi a un 4x che fa da 8x (🤨), in una confusione ottica che sembra più un test della vista che una vera strategia ingegneristica.

L'estetica? Qualche smussatura millimetrica per costringere all'acquisto di nuove cover.

Ma la vera goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata un'esigenza puramente tecnica. Dopo oltre vent'anni di informatica, ho la necessità di testare applicazioni specifiche e integrazioni legate a determinate esigenze del mio Home Lab. Mi occorre che certi processi funzionino costantemente in background.
Su iOS, il background è un concetto puramente teorico. Il sistema operativo "congela" le applicazioni appena chiuse [^Il termine tecnico è app suspension: iOS "iberna" lo stato dell'applicazione in memoria, interrompendo ogni attività di rete o di calcolo. Per approfondire il ciclo di vita delle app in iOS, consultare la documentazione ufficiale Apple Developer.], rendendo impossibile mantenere attivi demoni o servizi essenziali per dialogare in tempo reale (ad esempio) con le mie VM su Proxmox o con la mia istanza di Home Assistant. Su Android e in particolare sul Samsung Galaxy S26 Ultra, ho ritrovato la libertà di decidere cosa deve girare e cosa deve fermarsi. Una boccata d'ossigeno.

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Background Process: iOS vs Android
Su iOS, la gestione della RAM e della batteria si basa su un approccio aggressivo che "uccide" o iberna le app non in primo piano. Questo è fantastico per l'autonomia, ma un incubo per chi usa strumenti di rete avanzati. Android offre un controllo granulare, permettendo di mantenere attivi servizi in background a patto di sacrificare consapevolmente un po' di batteria. Per un utente power, non c'è partita.

Il paradosso del MacBook Neo e del Samsung DeX

Vogliamo parlare di come Apple gestisce la potenza hardware?

L'iPhone 17 Pro è dotato di un chip A19 Pro che potrebbe far impallidire molti computer desktop: 12 GB di RAM e supporto al Wi-Fi 7. Eppure, non esiste alcuna funzione nativa per trasformarlo in una vera postazione di lavoro collegandolo a un monitor esterno.

Samsung, al contrario, offre DeX da svariati anni: attacchi un cavo Type-C a un display e hai un ambiente desktop completo e funzionale [^Samsung DeX è una piattaforma incredibilmente sottovalutata che trasforma l'interfaccia mobile in un ambiente desktop a finestre multiple, con supporto per tastiera, mouse e ridimensionamento delle app. Per dettagli e compatibilità, consultare la pagina ufficiale Samsung DeX.].

La mossa di Apple? Invece di sbloccare questa ovvia funzionalità, ha deciso di commercializzare il MacBook Neo.
Guardiamo in faccia la realtà: questo fantomatico nuovo portatile economico monta un processore A18 Pro — esattamente il chip dell'iPhone 16 Pro, quindi una generazione precedente a quello dell'iPhone 17 Pro — ha 8 GB di RAM (contro i 12 GB dell'iPhone 17 Pro) e supporta solo il Wi-Fi 6E contro il Wi-Fi 7 presente sull'ultimo iPhone Pro [^Tutte le specifiche del MacBook Neo sono verificabili sulla pagina ufficiale Apple. Quelle dell'iPhone 17 Pro sono consultabili sulla relativa pagina di supporto Apple.]. È palesemente un prodotto pensato per estorcere altro denaro a un target specifico, magari agli adolescenti per la scuola, negando volutamente una funzione desktop sul telefono per non cannibalizzare le vendite dei Mac.

È una politica commerciale che trovo francamente irritante.

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MacBook Neo: i numeri parlano chiaro
Il MacBook Neo parte da 699€ con chip A18 Pro (lo stesso dell'iPhone 16 Pro, settembre 2024), 8 GB di RAM e Wi-Fi 6E. L'iPhone 17 Pro parte da 1.339€ con chip A19 Pro, 12 GB di RAM e Wi-Fi 7. Un telefono da tasca è tecnologicamente superiore al portatile appena messo in commercio dalla stessa azienda. Samsung, con DeX, offre la modalità desktop integrata nel Samsung Galaxy S26 Ultra senza costi aggiuntivi. Due filosofie opposte: una regala funzionalità, l'altra le vende in un dispositivo separato.

L'elefante nella stanza: l'Intelligenza Artificiale

L'altro motivo titanico che mi ha spinto tra le braccia del Samsung Galaxy S26 Ultra è la gestione dell'Intelligenza Artificiale. Nel 2026 l'iPhone non ha ancora nessuna funzione di IA integrata che sia degna di questo nome. Quello che Apple chiama "Apple Intelligence" è un insieme di funzionalità sparse e frammentarie — qualche strumento di scrittura, le Genmoji, Image Playground — che non si avvicina nemmeno lontanamente a un ecosistema IA coerente e profondo. Cose banali ma essenziali come la registrazione nativa delle chiamate e i successivi riassunti testuali restano un miraggio.

La prova più schiacciante? Apple stessa ha ammesso il proprio fallimento, firmando a gennaio 2026 un accordo pluriennale miliardario con Google per integrare Gemini all'interno di Siri e dei propri servizi [^A gennaio 2026, Apple ha siglato un accordo pluriennale con Google per integrare una versione personalizzata di Gemini (1,2 trilioni di parametri) nei propri dispositivi. Apple ha definito la tecnologia IA di Google "la base più capace" per i propri Foundation Models. CNBC e Bloomberg hanno riportato la notizia, confermata da entrambe le aziende.]. Come ha sintetizzato perfettamente Il Post: Apple non è riuscita a sviluppare un proprio sistema di intelligenza artificiale e ha dovuto comprarlo da altri. Quando un'azienda da tremila miliardi di dollari di capitalizzazione deve bussare alla porta del proprio storico rivale per avere un'IA funzionante, il messaggio è piuttosto chiaro.

Sul Samsung Galaxy S26 Ultra, l'IA è profondamente radicata nel sistema: traduzioni simultanee durante le telefonate, rielaborazione di appunti complessi, fotoritocco generativo e trascrizione automatica delle chiamate con riassunto integrato. Tutto funziona e tutto funziona adesso, non "nei prossimi mesi" o "con un futuro aggiornamento". Mentre Siri fatica ancora a capire come impostare un timer multiplo senza andare in crisi esistenziale, l'ecosistema Galaxy AI lavora silenziosamente per snellire i processi quotidiani [^Samsung ha introdotto Galaxy AI con la serie S24 a gennaio 2024, con funzionalità di traduzione in tempo reale, trascrizione delle chiamate e fotoritocco generativo disponibili fin dal lancio, ben prima che Apple riuscisse a mettere insieme qualcosa di vagamente paragonabile.].

S26 Ultra - Cobalt Violet

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Perché proprio il Samsung Galaxy S26 Ultra?

La scelta non è caduta a caso. Il mercato Android è una giungla infinita di marchi, sottomarchi e interfacce utente discutibili. Ho scelto il Samsung Galaxy S26 Ultra semplicemente perché, ad oggi, rappresenta lo smartphone più completo e maturo rispetto a tutti i competitor.

C'è tutto: hardware al vertice con lo Snapdragon 8 Elite Gen 5, display senza compromessi da 6,9 pollici con il primo Privacy Display integrato al mondo su uno smartphone (sinceramente 'sta cosa mi gasa non poco, perché sono nerd), pennino integrato (che uso poco ma che apprezzo avere a disposizione — peccato abbiano tolto la funzione di scatto remoto, che era la più utile in assoluto) e una politica di aggiornamenti finalmente rassicurante: 7 major update di Android e 7 anni di patch di sicurezza [^Samsung ha confermato la politica di aggiornamento estesa a 7 anni per la serie Galaxy S26, come annunciato durante il Galaxy Unpacked di febbraio 2026.].

Design: Un lingotto blu e violetto

Samsung Galaxy S26 Ultra

Sull'estetica c'è poco da discutere, essendo un parametro puramente soggettivo. Personalmente non scelgo mai un dispositivo informatico basandomi solo sull'aspetto esteriore, altrimenti avrei la scrivania piena di lucine RGB inutili [e lo sta dicendo uno che ha un case "Pironman" per Raspberry Pi 5]. Tuttavia devo ammettere che il Samsung Galaxy S26 Ultra nella colorazione Cobalt Violet — quel blu con riflessi violetti — è un'autentica gioia per gli occhi (spero non la vedano un paio di persone che conosco, che potrebbero essere tentate di rubarmelo...).

Samsung Galaxy S26 Ultra

È squadrato, severo, imponente. Certo, tenerlo in mano equivale a maneggiare un piccolo mattone di alta ingegneria (214 grammi di solidità pura), ma la sensazione di qualità è ottima. Quest'anno Samsung ha abbandonato il titanio in favore dell'Armor Aluminum, una scelta che farà storcere il naso ai puristi dei materiali ma che, nella pratica quotidiana, non cambia granché.

C'è però un difetto che mi fa perdere la pazienza: il modulo fotocamera sporge abbastanza da far dondolare il telefono ogni volta che lo si appoggia su una superficie piana. Scrivere un messaggio su una scrivania diventa un'esperienza da tavola spiritica, con il dispositivo che oscilla ad ogni tocco sullo schermo come un'altalena impazzita. Una cover risolve il problema, certo, ma non dovrebbe esistere il problema su un dispositivo che parte da 1.499€.

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Mi astengo - volontariamente - dalla polemica sterile sul fatto che "Apple ha abbandonato il titanio e ora lo fa anche Samsung". Io valuto gli oggetti nel loro insieme e non mi frega nulla delle polemiche da scuole elementari.

Fotocamere: Tra zoom inutili e sedicenti fotografi

Arriviamo al campo di battaglia per eccellenza: il comparto fotografico.

Sgomberiamo subito il campo dalle tifoserie da stadio: iPhone 17 Pro e Samsung Galaxy S26 Ultra sono totalmente equivalenti e comparabili.
L'iPhone mantiene ancora uno scettro indiscusso sulla qualità della registrazione video (fluidità, gamma dinamica e codec ProRes sono inarrivabili), ma Samsung spesso tira fuori scatti fotografici più pronti e incisivi al primo colpo, anche grazie alla nuova apertura f/1.4 sul sensore principale da 200 MP che cattura il 47% di luce in più rispetto al predecessore.

C'è però un dettaglio tecnico che mi fa infuriare: la totale e assoluta inutilità del sensore 3X sul Samsung. La qualità restituita da quell'ottica specifica è così pessima, pasticciata e rumorosa da risultare poco più che "utilizzabile". Sembra inserito solo per fare numero sulla scheda tecnica. Meglio usare il sensore principale ad altissima risoluzione e affidarsi a un ritaglio digitale.

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Il sensore 3X: perché è un problema
Il Samsung Galaxy S26 Ultra monta un teleobiettivo 3X da 10 MP (f/2.4) e un teleobiettivo 5X da 50 MP (f/2.9). Il paradosso è che il 5X restituisce immagini nettamente superiori al 3X, che soffre di rumore eccessivo e perdita di dettaglio soprattutto in condizioni di luce non ottimali. Il sospetto è che Samsung lo includa per coprire la "buca focale" tra 1X e 5X, ma il risultato è un compromesso che abbassa la qualità media del sistema.

La polemica necessaria: i fotografi da smartphone

A questo proposito, è necessario aprire una breve ma doverosa parentesi. Negli ultimi anni chiunque si è improvvisamente scoperto fotografo professionista a livelli da Premio Pulitzer. Persone che fino all'altro ieri scattavano foto sfuocate con le macchinette usa e getta durante le gite scolastiche, oggi si ergono a supremi giudici della colorimetria e della diffrazione ottica in video YouTube o su forum online.

Ho seguito un paio di corsi di fotografia in passato e nonostante sia un mondo che mi affascina moltissimo, sono fermamente convinto di capirci ancora poco o nulla. Ma una cosa, nella mia conclamata ignoranza, mi è chiarissima: se cerco un "hardware" professionale per la fotografia, non considero nessunissimo smartphone come tale.
I sensori sono minuscoli, le lenti sono compromessi fisici enormi e tutto è affidato alla fotografia computazionale [^La fotografia computazionale utilizza algoritmi complessi (HDR multi-frame, fusione di esposizioni, elaborazione neurale) per migliorare, combinare e correggere i dati catturati dai piccoli sensori degli smartphone, superando — parzialmente — i limiti fisici dell'ottica tradizionale. Per un approfondimento tecnico, Google Research ha pubblicato diversi paper illuminanti sul tema.]. Per il resto, c'è una categoria professionale ampiamente qualificata per parlarne: i veri fotografi.

Samsung Galaxy S26 Ultra

Inutile girarci intorno: per quanto appassionati e pieni di presets "Lightroom" si possa essere, non si sarà mai preparati come chi studia e lavora sul campo con ottiche vere. Lasciamo i telefoni a fare i telefoni.

Specifica Samsung Galaxy S26 Ultra iPhone 17 Pro Max
Sensore principale 200 MP, f/1.4, OIS 48 MP Fusion, f/1.8, OIS
Teleobiettivo 3X 10 MP, f/2.4 — qualità discutibile
Teleobiettivo 5X 50 MP, f/2.9, OIS
Teleobiettivo 8X 48 MP tetraprisma, f/2.8
Video Ottimo, stabilizzazione IA, 8K@30fps Inarrivabile, ProRes RAW, Dolby Vision
Foto punta-e-scatta Maggiore nitidezza istantanea Colori più neutri, a volte piatti
Formato RAW Expert RAW molto profondo ProRAW bilanciato

Autonomia e ricarica: Samsung vince, ma con un asterisco

Vengo da un iPhone 17 Pro (non il Pro Max) e la differenza di autonomia con il Samsung Galaxy S26 Ultra si sente. Eccome se si sente. Parliamo di un buon 20-30% in più di durata nell'uso quotidiano, e i numeri lo confermano: la batteria del Samsung è da 5.000 mAh contro i circa 3.988 mAh dell'iPhone 17 Pro. È fisica, non opinione.

Il discorso cambia se il confronto si sposta sull'iPhone 17 Pro Max, che con i suoi 4.823 mAh (fino a 5.088 nella versione eSIM-only) si avvicina molto al Samsung. In quel caso la differenza reale di autonomia si assottiglia parecchio, anche perché iOS ottimizza la batteria con un'efficienza che Android può solo invidiare.

Dove Samsung vince senza discussione è sulla ricarica. Il Galaxy S26 Ultra supporta la ricarica Ultrarapida 3.0 a 60W: dallo 0% al 75% in circa 30 minuti. L'iPhone 17 Pro si ferma a 40W e raggiunge il 50% in 20 minuti. Sulla carta sembra un distacco modesto, ma nella vita reale — quella fatta di dieci minuti rubati alla presa prima di uscire — quei watt in più fanno tutta la differenza del mondo. Ciliegina sulla torta: Samsung ha ottimizzato il sistema in modo che il normale cavo da 3A incluso nella confezione basti per raggiungere la potenza massima, senza dover cercare cavi speciali da 5A come nelle generazioni precedenti.


User Experience: dove Apple resta imbattibile

Fino a qui sembra una stroncatura totale di Apple, ma sarebbe disonesto non riconoscere i meriti dove sono dovuti. Se parliamo di User Experience globale e di ecosistema, Apple è anni luce avanti. Non c'è storia.

La fluidità con cui un iPad si integra con un iPhone, la magia del copia-incolla condiviso tra dispositivi, la possibilità di rispondere a una chiamata dal Mac o la gestione delle AirPods che passano istantaneamente da un device all'altro senza colpo ferire sono comodità a cui è dolorosissimo rinunciare.

Passare ad Android significa frammentare la propria vita digitale. Windows cerca di fare da ponte con l'ottima app "Collegamento al telefono", ma siamo lontani dalla perfezione nativa e invisibile offerta dalla mela morsicata. Tornare a configurare manualmente accoppiamenti Bluetooth o a inviare file tramite soluzioni di terze parti (seppur Quick Share funzioni bene) fa percepire il distacco dalla "comoda gabbia dorata" di Cupertino.

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L'ecosistema come catena dorata
La forza dell'ecosistema Apple è anche la sua arma commerciale più subdola: più dispositivi si possiedono, più è doloroso uscirne. AirDrop, Handoff, Universal Clipboard, Continuity Camera, iMessage... sono funzionalità che singolarmente sembrano piccole comodità, ma sommate insieme creano una dipendenza tecnologica che rende il passaggio ad Android un vero e proprio "strappo".

Altra cosa, paradossalmente, è l'integrazione con la domotica: Apple HomeKit ha "pezzi" (dispositivi) generalmente più costosi, ma l'integrazione è una bomba. Per aggirare il costo dei dispositivi compatibili, inoltre, si può utilizzare Home Assistant (come ho fatto io) e tutto funziona alla grandissima.
Su Android, invece, è necessario avere un hub compatibile con SmartThings oppure con Google Home. Nel primo caso (il mio) si utilizza "Aeotec GP-AEOHUBV3EU Smart Home Hub" e l'integrazione funziona decisamente bene, ma occorre comunque hardware aggiuntivo.

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Consiglio personale, non richiesto
Se acquistate un dispositivo Samsung scegliete SmartThings, perché - banalmente - funziona meglio di Google Home, in quanto per Samsung, comunque, Google Home è una app di terze parti, quindi l'integrazione non è perfetta al 100%.

Il tasto funzione e i Comandi Rapidi: la mancanza che brucia di più

C'è una funzionalità di cui sento la mancanza ogni singolo giorno, più dell'ecosistema, più di AirDrop [^Sistema che non utilizzo da parecchio, da quando ho scoperto dell'esistenza di Blip], più di qualsiasi altra cosa: l'accoppiata tasto Azione + Comandi Rapidi (Shortcuts) di Apple.

Su iPhone avevo costruito un arsenale di automazioni personalizzate: una pressione del tasto laterale e, con un tap, potevo lanciare comandi complessi — attivare una scena domotica specifica, avviare una connessione VPN, inviare la mia posizione a un contatto, eseguire uno script su Home Assistant... tutto in due gesti. Era diventato un riflesso naturale, come sbloccare il telefono.

Su Android esistono alternative (Tasker, Bixby Routines, i Modes and Routines di Samsung) ma nessuna raggiunge la stessa immediatezza. Manca quel collegamento fisico tra un tasto hardware dedicato e un sistema di automazione potente e visuale come Shortcuts. È una di quelle cose che non si apprezza finché non la si perde.


La migrazione: nessuno ti dice quanto fa male

Parliamo della parte che nessuna recensione racconta davvero: il passaggio effettivo da iOS ad Android. Non è una passeggiata e non è "questione di abitudine". È un processo laborioso che richiede tempo, pazienza e qualche rinuncia concreta.

La prima doccia fredda arriva con le applicazioni. Alcune app che su iOS sono curate nei minimi dettagli, su Android sembrano la versione beta di sé stesse: interfacce meno rifinite, aggiornamenti in ritardo e funzionalità mancanti. Altre app, semplicemente, non esistono su Android. Punto. Non c'è alternativa, non c'è workaround, arrangiati.
Due esempi concreti e identici (fatti volontariamente per rimarcare la cosa) sono: CARROT Weather e !Weather. La prima esiste per Android, ma è abbandonata da quasi 3 anni; la seconda (quella che utilizzo su iPhone) non esiste per Android.

Poi c'è la questione delle password e delle passkey. Chi ha utilizzato "Password" di Apple (il gestore integrato nel sistema) per anni, si ritrova con un problema serio: portare fuori dall'ecosistema credenziali, passkey e codici OTP non è banale. Personalmente utilizzo NordPass da tempo, quindi per me la migrazione è stata indolore: il vault è indipendente dalla piattaforma e tutto era già sincronizzato. Ma chi si è affidato ciecamente al portachiavi di Apple scoprirà, nel momento meno opportuno, che le proprie credenziali sono intrappolate in un giardino recintato. Consiglio spassionato: scegliete sempre un password manager di terze parti, indipendentemente dal sistema operativo. La portabilità dei propri dati non è un optional.

Infine, ci sono le piccole (e grandi) rinunce quotidiane che si scoprono col tempo: iMessage che diventa un ricordo (irrilevante in Italia, fondamentale se si hanno contatti negli USA), FaceTime che sparisce, l'integrazione nativa con il Mac che si dissolve. Non sono problemi insormontabili, ma sommati insieme pesano. E nessuno te lo dice prima.


Le ombre di Android: il caos delle doppie applicazioni

Esiste un altro aspetto che non apprezzo per nulla dell'esperienza Android/Samsung e che mi fa salire la pressione ogni volta che configuro un nuovo dispositivo. Sto parlando delle troppe applicazioni duplicate che dovrebbero fare tutte la medesima, banalissima cosa.

Un esempio su tutti? I messaggi.

Apri il telefono e ti ritrovi l'app Messaggi di Google e l'app Messaggi di Samsung. Quale usare? Una ha funzioni specifiche per l'ecosistema Galaxy, l'altra è lo standard RCS di Mountain View.

Lo stesso identico discorso vale per le foto: c'è Galleria di Samsung e c'è Google Foto. Due app per sfogliare le stesse identiche immagini, con funzioni che si sovrappongono al 90% ma che differiscono giusto quel tanto da rendere impossibile sceglierne una sola senza rinunciare a qualcosa dell'altra.

E non finisce qui. Il panorama dell'Intelligenza Artificiale e della gestione domotica è un labirinto schizofrenico.
Ci sono app su app che si sovrappongono: abbiamo Bixby, poi c'è Gemini, senza contare le tracce del vecchio Google Assistant.

Per la domotica ti trovi a giocolare tra Google Home e SmartThings, sperando che i dispositivi IoT dialoghino correttamente con entrambe.

😜
Io utilizzo Home Assistant e aggiro il problema di Google Home e SmartThings, ma... si potrebbe e si dovrebbe migliorare.

A differenza di Apple, dove c'è un'unica app Casa e un'unica Siri (per quanto limitata possa essere), su Android ci sono troppe applicazioni per svolgere azioni elementari, lasciandoti nell'incertezza su quale sia la migliore.

Spesso, purtroppo, nessuna di queste app è totalmente completa se presa singolarmente: una gestisce meglio le automazioni locali, l'altra comprende meglio il linguaggio naturale. È un caos organizzato che per un amante dell'ordine digitale risulta davvero fastidioso [^La storica frammentazione di Android si riflette anche nelle collaborazioni tra Google e i produttori hardware, creando doppioni software difficili da estirpare. Samsung ha provato a razionalizzare con One UI 8.5, ma il problema strutturale rimane. Android Authority ha dedicato numerosi approfondimenti alla questione.].

Il bloatware: nel 2026 ancora così?

Se le app duplicate sono fastidiose, il bloatware preinstallato è un insulto vero e proprio. Nel 2026, aprire un flagship da 1.500€ e ritrovarsi a disinstallare manualmente decine di applicazioni non richieste è a dir poco surreale.

Google Drive e OneDrive installati insieme — e OneDrive su un Samsung Android, esattamente, che ci fa? Poi Bixby, Gemini, Perplexity e Copilot:quattro assistenti IA preinstallati su un singolo telefono. Un record che nemmeno il più confuso reparto marketing potrebbe giustificare, e lo dico da estimatore convinto di Copilot. Come ciliegina sulla torta: Facebook, Instagram, Netflix, YouTube Music e Spotify, come se Samsung avesse firmato contratti pubblicitari con mezza Silicon Valley a spese dello spazio di archiviazione dell'utente.

Su iPhone si può discutere di tutto — e in questo post l'ho fatto abbondantemente — ma almeno il telefono esce dalla scatola pulito. Qui si esce dalla scatola con l'equivalente digitale di un volantino del supermercato infilato nella cassetta della posta. I primi venti minuti con il Samsung Galaxy S26 Ultra li ho passati a disinstallare roba. Non proprio l'esperienza premium che ci si aspetterebbe.

Le notifiche: il tallone d'Achille silenzioso

C'è un aspetto di cui quasi nessuno parla, ma che nella vita quotidiana si nota eccome: le notifiche su Android sono strutturalmente inferiori a quelle di iOS. Non è un'opinione, è architettura.

Su iPhone, le notifiche passano attraverso APNs (Apple Push Notification service), un sistema centralizzato e gestito direttamente da Apple. Quando un'app deve avvisare di qualcosa, il messaggio transita dai server dell'app ai server Apple e da lì arriva al dispositivo. Il percorso è unico, ottimizzato e — soprattutto — garantito: la notifica arriva, punto. Apple controlla l'intera catena, dall'invio alla consegna.

Su Android, il meccanismo equivalente si chiama FCM (Firebase Cloud Messaging) ed è gestito da Google [^Firebase Cloud Messaging è il servizio di Google per la consegna di notifiche push su Android. La documentazione ufficiale è disponibile su Firebase.]. Sulla carta funziona in modo simile, ma nella pratica c'è un problema enorme: le ottimizzazioni aggressive della batteria. Samsung (e praticamente ogni produttore Android) applica restrizioni in background che possono ritardare, accorpare o addirittura eliminare le notifiche per risparmiare energia. Il risultato? Messaggi che arrivano in ritardo, notifiche di app che si perdono nel nulla e sveglie di terze parti che non suonano. Su iOS questo semplicemente non succede, perché APNs ha la priorità assoluta a livello di sistema operativo e nessun gestore di batteria può metterci le mani sopra.

È uno di quei dettagli invisibili che, da soli, giustificherebbero il ritorno a Cupertino, perché... una notifica è sempre (e sottolineo sempre) recapitata in tempo praticamente nullo.


Conclusioni: ne vale davvero la pena?

Il passaggio al Samsung Galaxy S26 Ultra non è una passeggiata romantica senza ostacoli. È una scelta consapevole dettata da esigenze personali e diverse, dal bisogno di un vero multitasking in background e dal desiderio di smettere di finanziare una politica commerciale pigra e basata sulla mera iterazione.

  • Cosa ho guadagnato: Libertà assoluta di gestione dei processi, un vero ambiente desktop (DeX), funzionalità IA avanzate e integrate con due anni di vantaggio rispetto ad Apple, il Privacy Display e un design che trovo stupendo.
  • Cosa ho perso: L'incredibile coesione dell'ecosistema Apple, una gestione dei video leggermente superiore e la rassicurante semplicità di avere un'unica app per ogni singola funzione di sistema.

Se siete sviluppatori, nerd impenitenti, gestori di Home Lab o semplicemente utenti stanchi di vedersi propinare lo stesso identico dispositivo da cinque anni a questa parte, il Samsung Galaxy S26 Ultra è la boccata d'aria fresca di cui avete disperatamente bisogno. Se invece la vostra giornata tecnologica si basa interamente sulla simbiosi perfetta tra auricolari, tablet e portatile... pensateci molto bene prima di saltare il fosso.

Io il fosso l'ho saltato. E per ora non ho nessun rimpianto.